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Ovvero la descrizione della mia incapacità comunicativa

Vignetta di Altan

Stavo guardando il mio sito internet e pensando quanto fosse scarno e povero e quanto sia disastroso il mio storytelling. Per essere gentile con me stessa direi minimalista. Quindi mi prendo questo spazio per fare una sorta di outing: io non sono capace di raccontare ciò che faccio. Mi dico che il mio lavoro è occuparmi degli altri, mettere a disposizione me stessa e le conoscenze che ho appreso per fornire un aiuto professionale che va nella direzione di cercare di migliorare lo stato psicologico dell’altro.

Il mio lavoro non è raccontare ciò che faccio, ma farlo.

Ho passato il mio tempo ad occuparmi di imparare a prendermi cura delle persone e non ho né tempo, né voglia di imparare a narrare ciò che faccio per farlo diventare accattivante e promozionale. La retorica non fa proprio per me. Però l’unico modo perchè gli altri sappiano ciò che so fare è raccontarlo!

Che cos’è lo storytelling?

Wikipedia definisce lo storytelling come “un’arte e uno strumento per ritrarre eventi reali o fittizi attraverso parole, immagini, suoni. È uno strumento naturale attraverso il quale può avvenire una forma di comunicazione efficace: coinvolge contenuti, emozioni, intenzionalità e i contesti. La storia raccontata ha una connotazione emotiva perché coinvolge delle persone e cerchiamo spontaneamente di dare un significato di ogni atto che vi viene descritto.

Mi colpisce che si parli di un ritratto di eventi reali o fittizi: in altre parole posso narrare il vero e il falso contemporaneamente. L’obiettivo è una comunicazione persuasiva fatta attraverso una narrazione.

Chiaramente la mia non vuol essere una demonizzazione: raccontare storie è necessario. Il pensiero narrativo permette di organizzare un’esperienza e renderla narrabile. La narrazione è utile alla riflessione, alla rielaborazione di vissuti e permette di esprimere emozioni e sentimenti, di costruire mondi. In psicoterapia raccontare storie e costruire mondi può essere un importante strumento nel quale proiettare sè stessi e affrontare i propri demoni. Ma nel contesto terapeutico la verità è quella della psiche dell’essere umano, quindi il suo legame con il mondo e la realtà è fortemente connesso con meccanismi di difesa psicologici e con la struttura psichica della persona. D’altra parte narrare, anche attraverso il teatro è un atto espressivo di grande potenza, per chi si esprime e per chi fa da pubblico.

Quindi il mio disastro nello storytelling è in realtà la mia incapacità di farmi promozione…

Trovo necessario distinguere la necessaria necessità umana di raccontare storie con lo storytelling legato al marketing. Ed è quest’ultima la mia débâcle… la mia disfatta… la mia Caporetto… Perdonatemi l’esagerazione!

Ma questo è il mio punto di partenza per imparare a raccontarmi, senza escamotage sensazionalistici. Vorrei soltanto guadagnarmi il mio spazio, senza trucchi, senza nulla di fittizio, con la giusta quantità di entusiasmo (quando c’è) e di onestà soprattutto con me stessa, prima che con gli altri.

Per essere onesta con questo articolo sto imparando ad usare l’analisi SEO, perché in realtà il mio desiderio è che le persone mi conoscano. Quindi una buona posizione in Google aiuta!

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Mi sono bruciato…

Sindrome da Burn-out novità dall’Oms

L’organizzazione mondiale per la sanità (Oms), ha appena concluso revisione della classificazione delle malattie (ICD-11). Mentre nella versione precedente (Icd-10) il burn-out era una sindrome legata a chi svolge professioni in costante contatto con le persone. Quindi limitato a lavori socio-sanitari-educativi come l’insegnante, l’infermiere, lo psicologo, il medico, l’educatore, ecc. In altre parole a professioni centrate sulla relazione con un’utenza che porta un bisogno e/o un disagio del quale il professionista si occupa.

Nell’ultima classificazione l’Oms ha allargato il campo e ha definito il burn-out come un fenomeno legato al lavoro. Non una malattia, ma una serie di fattori che influenzano lo stato di salute delle persone.

Il burnout è quindi un problema associato legato al lavoro e allo stress cronico derivante dallo stesso.

L’Oms fornisce questa definizione: un problema associato con l’occupazione o la disoccupazione lavorativa caratterizzata da tre sintomi:

  1. sentimenti di esaurimento mentale o fisico;
  2. aumento della distanza mentale dal proprio lavoro o sentimenti di negativismo o cinismo relativi al proprio lavoro;
  3. ridotta efficacia professionale.

In attesa dell’entrata in vigore di questa nuova definizione nel 2022 e quindi di tutte le azioni che possono essere messe in atto per prevenire il disagio da burn-out è importante sottolineare l’importanza di chiedere aiuto allo psicologo.

Trascurare i sintomi del burn-out porta allo sviluppo di malattie e forti disagi nella vita personale.

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Violenza di genere

La ricerca Istat sulle violenze di genere del 2014 riporta che il 31,5% delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Si tratta di 6 milioni 788 mila donne che hanno vissuto questo tipo di esperienza.

La violenza di genere quando è agita può essere accompagnata da quella economica e psicologica.

La stessa ricerca Istat riporta che il 26,4% delle donne hanno subito violenza psicologica o economica dal partner attuale. Mentre il 46,1%  da parte di un ex partner.

Spesso le donne all’interno di una relazione tendono a giustificare il partner attribuendosi la responsabilità di aver causato un comportamento violento nei propri confronti. Nella maggior parte dei casi, invece, non esistono delle vere cause, ma chi agisce violenza si sente autorizzato a farlo, è addirittura convinto che sia un suo diritto. E’ evidente quindi che le basi della violenza di genere siano culturali. Sempre dai dati Istat nel 28,1% dei casi la donna ha dichiarato che la lite è stata originata da futili motivi o addirittura da nulla di particolare (9,3%). oppure per la gelosia del partner (27,9%).

La violenza di genere è fortemente influenzata dalla cultura

E’ quindi necessario parlare del problema per permettere il cambiamento nella mentalità e nella cultura che ancora resta ancorata a retaggi culturali che giustificano la violenza con delle provocazioni femminili, permettendo un cambiamento da parte delle istituzioni. Troppo spesso le segnalazioni di violenza, abuso e stalking vengono sottovalutate dalle istituzioni.

Contemporaneamente a questo è importante anche sensibilizzare le donne a chiedere aiuto il prima possibile, ai primi segnali di violenza senza attendere il peggio.

Se nella coppia il partner inizia a denigrare la partner, ad allontanarla dai propri affetti, a controllarne gli spostamenti e le attività, a gestire il denaro togliendole l’autonomia, a svilirla nel proprio essere, è necessario che la donna pensi a proteggere sé stessa. Entrare in questa spirale distrugge l’autostima, mina le basi della salute psicologica. Le donne passano le proprie giornate a stare attente al proprio modo di essere, di comportarsi. Stanno attente a compiacere il proprio uomo, ma non è mai abbastanza, non si è mai abbastanza brave, abbastanza belle, abbastanza intelligenti.

Quando le donne si rivolgono allo psicoterapeuta arrivano distrutte, provate, affaticate, senza speranza. Le loro energie sono concentrate soltanto sul tentare di gestire le reazioni altrui, non ci sono più i loro desideri, i loro bisogni. Ciò che vogliono non esiste più. Sopravvivono, spesso il loro unico appiglio alla vita sono i figlia. Capiscono razionalmente che si stanno spegnendo, ma restano legate a un sentimento, perverso e ambivalente, che non permette di staccarsi da colui che le sta distruggendo.

Chiudere le relazioni con i partner violenti è il punto di partenza necessario per tornare a vivere.

Il modo per uscire dalla violenza di genere è ripartire da Sé, ricominciare a scoprire le proprie risorse, ricostruire la propria autostima, le proprie relazioni amicali e familiari. Imparare nuovamente ad ascoltarsi, ad affermarsi e ad autorizzarsi a vivere. Il lavoro terapeutico è necessario per comprendere i segnali di pericolo, per proteggersi ed evitare di trovarsi nuovamente in relazioni violente.

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